Gesù era entrato a Gerusalemme tra gli applausi, e la città era profondamente scossa; eppure dentro di essa c’era qualcosa che non andava: un falso dio. L’orgoglio religioso dei farisei, infatti, pur sembrando giusto e corretto, era in realtà solo apparenza, come un “sepolcro imbiancato”.
Mi chiedo: cosa mi rende cieco oggi? Anche io ho una specie di “dio straniero” nella mia vita , non qualcosa di eclatante, ma abitudini e atteggiamenti che finiscono per controllarmi. Più di una volta mi sono reso conto di questo, e ho pensato che avrei dovuto lasciarlo, ma non l’ho fatto davvero. Ne sono uscito solo in parte, e spesso ci ricado, perdendo di vista ciò che davvero mi darebbe pace. È impressionante pensare che Dio potrebbe parlarmi chiaramente, ma io continuo a opporre resistenza, andando avanti per la mia strada e aumentando così la mia distanza da Lui.
“Se tu sapessi, se tu avessi capito…”: è come se Dio parlasse direttamente al cuore, attraverso le lacrime di Gesù. Queste parole ci fanno capire che abbiamo una responsabilità: Dio ci considera responsabili anche per ciò che scegliamo di non vedere. “Ma ora è nascosto ai tuoi occhi” perché non abbiamo voluto abbandonare ciò che ci domina. Che tristezza pensare a ciò che “avrebbe potuto essere”! Dio non riapre automaticamente le porte che abbiamo chiuso, ma ne apre altre; tuttavia ci ricorda anche quelle occasioni che abbiamo sprecato, possibilità che non avrebbero dovuto essere scartate. Non bisogna avere paura quando Dio ci fa ricordare il passato: lasciamo che quei ricordi facciano il loro lavoro. Anche attraverso rimproveri, difficoltà e dolore, il ricordo può diventare uno strumento nelle mani di Dio. Egli può trasformare i nostri rimpianti in insegnamenti preziosi per il futuro.
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